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poesia di  Carmelo PRINCIOTTA

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Princiotta Carmelo

Librizzi Pippo

Cangemi Joe

Gammeri Pippo 

Mazzù Nino

Natoli Vito

Pizzino Maria

Valenti Rocco

Armeli Gino

 

Cronaca di una morte porca

 

Nino Zaco è un coltivatore sessantenne.

E’ alto, asciutto, la pelle bruciata dal sole, la colonna vertebrale notevolmente storpiata dall’artrosi e da antiche fatiche.

Ha trascorso trentasette anni della propria vita in America.

Ora è tornato, con pochi denari e molto meno capelli.

Quand’è partito, erano folti e corvini; ora sono bianchi e radi.

Nino u Miricano è tornato da solo.

Mogli (tre, si dice) e altrettanti figli, li ha lasciati laggiù.

O non l’hanno voluto seguire. Non si è mai saputo.

Così vive in solitudine a San Martino, la stessa contrada di campagna che aveva lasciato da giovane, per emigrare.

Nino perché non ti risposi? - gli dicono i ragazzi e le ragazze della contrada, con lieve tono canzonatorio.

Ed egli immancabilmente: - ma chi faciti, babbiati?

Tri sbagghi Diu li pirduna pi carità. Ma si ni fazzu quattru chi mi fa? Nel dubbio, lasciamo perdere.

Però Nino vive da solo per l’anagrafe, non nella realtà. Tornando, si è reinserito subito, come se non fosse mai stato assente per così lungo tempo.

Conosce tutti e da tutti è conosciuto. Pochi sono i compaesani sopravvissuti che, tornando, ha ritrovato. Ma ci sono i figli e i figli dei figli dei propri coetanei. Ed ora, dopo appena cinque anni dal suo ritorno, è come se li avesse visti nascere tutti: bambini, ragazzi ed adulti.

I quattro soldi, che ha portato dall’America, li ha subito spesi per sistemare la vecchia casa ed il podere paterni. Ora abita l’una, coltiva l’altro ed alleva animali. Qualche decina, tra galline e oche, oltre un maiale e una capra.

Non è mai solo, è sempre in compagnia di amici e parenti, vecchi e nuovi.

Parla e ascolta tutto il santo giorno. Egli resta ammirato, se si discute delle cento diavolerie tecnologiche che ha trovato, che va incontrando. Salvo i pesticidi e i concimi chimici, che - al contrario - depreca. Resta indignato, se si commentano i tanti cambiamenti del costume: brama di denaro e, nello stesso tempo, spreco, turpiloquio, eccessiva libertà, scarso rispetto per gli anziani, pessima educazione, assenza di pudore specie delle ragazze.

E’ un fedele cultore delle “tradizioni di una volta”.

Per esempio il maiale, da allevare in prossimità della casa, nutrendolo amorevolmente con mangime genuino. Per ammazzarlo con le proprie mani, con altrettanta devozione, sotto Natale.

Ed è proprio di questo che voglio raccontare, del maiale di Nino u Miricanu.

Verso il dieci di dicembre, Nino decise che era giunto il momento di macellarlo. Così, per la prima domenica seguente, chiamò tre amici affinché lo aiutassero.

Gli uomini arrivarono di mattina, il giorno stabilito.

Il cielo era completamente coperto da una spessa coltre di nuvole grigie. Sembrava quasi sera, ma non erano neppure le otto del mattino. Roberto, il più giovane dei quattro, accese la luce elettrica. In cucina, la stanza più ampia della casa, ove Nino li aveva accolti, si vedeva appena. Fuori, un vento freddo, abbastanza impetuoso, sferzava i rami degli ulivi, le cui cime più alte si flettevano fin quasi a spezzarsi. Le colline, che si vedevano fuori delle finestre della stanza, erano color verde cupo.

Nino, seguito dagli uomini in fila, uscì da casa e, percorso il breve sentiero che separava la casa stessa dal porcile, vi entrò.

Legò il maiale ad una zampa con una corda robusta e, con l’aiuto d’altri due uomini, cominciò a trascinarlo fuori. Il maiale, quasi presagisse il suo destino, resisteva con tutte le sue forze, lanciando terribili grugniti. Ma la sua resistenza fu vinta.

Tre uomini gli afferrarono le zampe; un quarto uomo gli serrò il grugno dal quale, appena smorzati, uscivano acutissimi e laceranti “gridi suini”, quasi stridenti urla umane.

Baratta, uno dei quattro, che - per l’occasione – faceva da macellaio, armato di un lungo coltello, si chinò sulla bestia. Il maiale si divincolava con tutte le sue forze, nel disperato tentativo di sfuggire alla sua sorte. Ma fu inutile. Sei mani d’acciaio lo tennero inchiodato su due tavole, posate apposta sul terreno.

Baratta affondò la lama nella gola del maiale. La trachea e le grosse arterie dell’animale furono recise; un vasto fiotto di sangue schizzò dalla ferita e tumultuosamente continuò a sgorgare per alcuni istanti.

Nino accostò un pentolone per raccogliere la “cascata” di quel rosso ruscello bestiale.

Il maiale emise ancora pochi rantoli, via via sempre più fiochi, scalciò ancora due o tre volte, poi morì.

Diventerai ottima salsiccia – sentenziò Roberto, con allegria.

Ed anche salame – scherzò Nino.

E frittole no? – chiese Baratta che, avendo ancora in mano il coltello insanguinato, non era uscito dal ruolo e fingeva un tono truce e rude.

Bastiano, il saggio della combriccola, con l’indice ammonitore in aria levato, si rivolse direttamente al maiale morto. “Tu, fra tre mesi, sarai ancora buono”, tuonò con finto sussiego, “mentre noi, quando arriverà la nostra ora, saremo sotterrati in ventiquattro ore. Se no, il nostro fetore ammorberà l’aria”.

Una risata generale chiuse la scena.

 

Princiotta Carmelo

Luciano Budigna

Mariagrazia Di Stasi

Arcodia Pasqualino

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lunedì 20 aprile 2015                  scrivi a: webmaster@dyoniso7outline.com        Sicilyland.it